Cosa è il gruppo di mezzo.

Non è un lavoro per vecchi.

Nel 2018 può ancora capitare che ad un quarantenne che entri in un bar venga detto “un caffé per il ragazzo”.

Ciò fa piacere in un certo senso, ma in casa famiglia già a vent’anni non si è più ragazzi. Se date un’occhiata ai vari gruppi che animano le strutture, nonostante le inevitabili differenze, salta agli occhi la quasi assenza di persone sopra i quaranta anni.

La maggior parte degli operatori sono giovani, freschi di laurea.

Il dato è abbastanza facile da interpretare. A causarlo non sono tanto motivazioni interne alle strutture, ma fattori strutturali relativi un pò a tutto il sociale. Per un verso tali impieghi sono sempre poco pagati e ciò fa sì che l’organizzazione dell’esistenza di chi ci lavora regga fino ad un certo punto. Quando si inizia ad “avere famiglia” un tale impegno diventa insostenibile. Da ciò deriva che il privato sociale ha un inevitabile interesse ad utilizzare soprattutto giovani appena laureati, che “costano” di meno. Se a ciò si aggiunge che molti progetti hanno un carico di impegno e una richiesta di professionalità viceversa molto alti, si vede spesso il giovane laureato durare poco e bruciarsi in tempi relativamente molto brevi. Servirebbe una maggiore formazione, ma chi è in possesso di tali requisiti costa anche di più. Diventa un circolo vizioso nel quale “i giovani” giocano la parte di un nuovo proletariato, come un pò ovunque nella società, a discapito loro e soprattutto della qualità dell’aiuto.

Sarebbe invece un’occasione enorme poter fare esperienza in questi ambienti, ultimamente attraenti anche le grandi istituzioni dell’aiuto, che in essi vedono, e non a torto, una grande ricchezza, sia professionale che di formazione umana. Sono un pò come, negli anni di Basaglia, le prime comunità basate sul piccolo gruppo e sul territorio, esperienze pionieristiche dove la fantasia si univa con la politica e la professione.

Quindi a tanta potenziale ricchezza purtroppo risponde sovente una realtà spesso disordinata, basata sullo sfruttamento e su esperienze che lasciano il giovane laureato insoddisfatto. Fanno da coro i tanti ragazzi e ragazze delle comunità a cui tali relazioni “usa e getta” confermano le peggiori paure.

Anche la nostra realtà ha per molto tempo risentito della situazione che abbiamo poc’anzi descritto. Abbiamo però avuto la fortuna (e l’intelligenza?) di avere dalla nostra un bel carico di passione e soprattutto una decina d’anni di supervisione. Così che il nostro gruppo ormai è composto da operatori all’anagrafe tutti nati negli anni settanta (non dico l’età precisa perché ci sono signore nel gruppo).

Negli ultimi anni tale situazione ci ha posto di fronte a delle riflessioni.

Se è vero che in comunità è centrale il ruolo genitoriale degli educatori, se è vero che casa “famiglia” vuole dire avere un modello famigliare che si ispira dunque alle relazioni che ci sono in una famiglia, non per questioni ideologiche, ma perché si consente ai ragazzi di investire affettivamente, di fare transfert e agli operatori di lavorare su tali affetti e quindi l’adultità diventa un assetto sul quale si fa continua manutenzione, è anche vero che si lavora sul piano dell’identificazione, della vicinanza e soprattutto del gruppo. C’è un aspetto di rispecchiamento nel lavoro di gruppo con gli adolescenti che è ingrediente importante, ma che non deve essere l’unico. Abbiamo sentito negli anni un grande vantaggio derivante da una posizione più francamente adulta (avevamo 23 anni quando abbiamo cominciato a fare i primi turni), lo abbiamo scritto e condiviso in riviste che si occupano di psicoanalisi e adolescenza.

Ma le nostre riflessioni, nell’ultimo periodo, ci hanno portato a problematizzare il gruppo. Abbiamo cercato di ragionare nei termini di una maggiore differenziazione interna. L’esperienza del lavoro di gruppo ci ha consentito di ospitare alcune bravissime tirocinanti, le quali hanno deciso nel tempo di rimanere appassionate alla casa famiglia. Contestualmente alcuni ragazzi e ragazze cresciuti a Rosa Luxemburg hanno deciso di rimanere a noi legati e di investire in un futuro lavoro come educatori.

Poi come tutte le cose che avvengono in comunità abbiamo fatto in modo di rendere l’esperienza il più piacevole possibile. Così nel tempo, durante le settimane e le stagioni, è andato costituendosi un bel gruppetto di età compresa tra i venti e i venticinque anni.

Lo abbiamo chiamato “gruppo di mezzo”…!

Tale gruppo è per noi sempre più fondamentale. Abbiamo creato un dispositivo per cui i giovani adulti che compongono il gruppo possono continuare a formarsi, senza dover da subito “nuotare” nel mare dell’aiuto ad adolescenti difficili. Frequentano i seminari del Dr. Baldini, che organizziamo insieme a Lesra e Rubin ed hanno una loro supervisione nella quale poter ragionare sulle loro proprie esperienze.

Stanno crescendo. Ma ciò che è più importante consentono al gruppo di essere il più eterogeneo possibile. Se si ragiona in termini di gruppalità e di transfert tale orizzonte diventa necessario per permettere ai ragazzi e alle ragazze della comunità di poter avere a disposizione più legami possibili all’interno soprattutto di un gruppo di adulti capace di fare legami e di lavorare su di essi.

Ultimamente ci siamo ancor più arricchiti con l’ingresso nel gruppo di mezzo di alcuni “giovanissimi”. È nella stessa adolescenza ormai che nasce tale gruppo (la più piccola di noi ha 16 anni!). L’impressione è che avendo avviato tale dispositivo si sia messo in moto un meccanismo capace di attrazione continua. Ciò fa riflettere sul dispositivo stesso di aiuto ad adolescenti in difficoltà e ne riscrive in parte la metodologia stessa. Se fino a poco fa si svolgeva un lavoro diretto tra gruppi di operatori e di ragazzi, con qualche volontario ad arricchire la situazione, adesso si potrebbe dire che il nostro treno ha più vagoni. La casa famiglia lavorando in tal modo è un grande catalizzatore di legami, con all’interno un magnete che attrae e un motore che spinge. L’ambiente diventa trasformativo per tutti i gruppi interni ma in modo proporzionalmente differenziato, tra gruppi di assistenti e assistiti, con sfumature per le quali i gruppi intermedi assistono e sono assistiti. Tutto l’ambiente cura e diventa oziosa anche la differenziazione tra i gruppi, nell’ottica di un solo grande gruppo della casa famiglia.

Da ultimo, se la Regione Lazio come sembra, sta aumentando le rette destinate alle strutture come la nostra (era ora!), allora la professionalità in gioco ha l’obbligo di dimostrarsi il più “alta” possibile e tutto il gruppo deve avere la possibilità di crescere “nel mestiere e dentro il mestiere”. Così si assicura un luogo nel quale crescere da tutti i punti di vista.

Abbiamo cercato di dipingere un primo abbozzo di una nuova organizzazione di Rosa Luxemburg, in cantiere nelle supervisioni da veramente tanti anni e ultimamente al centro del nostro lavoro, sperando di poter essere da stimolo per un lavoro comune. Lasciamo qui questi appunti aspettando di riprenderli in un lavoro scientifico più definito.

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