Introduzione al libro “a testa alta”

Qui di seguito proponiamo l’introduzione al libro ” a testa alta” di Marco Di Francesco”.

Il libro racconta le storie dei ragazzi della nostra comunità e il lavoro di aiuto degli operatori.

Quella casa in campagna

Mettendomi alla scrivania con l’obiettivo di compilare un breve resoconto di questi primi quasi dieci anni di lavoro non mi nascondo una profonda emozione. La prima sensazione, immediata, è composta da tante fuggitive immagini che cercherò in questa sede di rendere comunicabili.

Con una precisazione iniziale. Credo che per molti di noi, e parlo di chi in questo lasso di tempo si è dedicato a questo progetto, spesso tale progetto si è così avvicinato alla propria esistenza da fare tutt’uno con essa. Soprattutto i primi tempi… credo, sia stato così un pò per tutti noi.

Dieci anni passano senza accorgersene, così come passa l’adolescenza… quando uno ormai si scopre adulto… e questo è uno spunto di riflessione che subito mi chiama ad un approfondimento. La sensazione di un sogno fortissimo ormai alle spalle, di una grande fatica, la nostalgia d’aver perduto qualcosa e il senso di colpa… ma anche la tranquillità conquistata di chi si dedica con umiltà alla propria professione.

La scoperta e l’esperienza di una dimensione di aiuto all’adolescente ha viaggiato insieme alla nostra crescita personale, umana e professionale, si è intrecciata con essa, avvicinando ognuno di noi, facendoci conoscere, legandoci l’uno all’altro.

E’ la storia di tanti legami, un legame tra tante storie.

E così non posso non avere qui accanto a me in questo momento di sintesi, l’immagine di un gruppo di ragazzi che mettono in ordine una casa, freschi di adolescenza, appena approdati ad un’età adulta tutta ancora da scoprire.

E aggiungerei che per i giovani della mia generazione il diventare “grandi” è qualcosa che non ti viene indicato o insegnato… è un passaggio tutto da scoprire e da guadagnare.

Siamo noi quei ragazzi nei primi momenti di apertura della casa famiglia. I mesi precedenti impiegati a conoscere un territorio, alla realizzazione di un sogno. Questa parte forse ancora risentiva, con il senno del poi, moltissimo di aspetti ideologici, esistenziali, legati direi ad una tarda adolescenza.

La primissima presentazione di questo progetto avvenne nella sezione degli allora DS a Oriolo Romano, un sabato pomeriggio del Maggio del 2003.

Ricordo l’emozione di tutti quanti… seduti accanto al Sindaco di Oriolo  sapendo intimamente che ce l’avevamo fatta.

Ricordo la piazza e le prime rondini che volavano nel cielo pulito, per me cittadino così inusuali.

E la precisazione sta proprio in questo… l’introduzione ad un libro che racconta una storia di storie non potrà essere slegata da tanti ricordi personali… che diventano il racconto del superamento della nostra adolescenza, di noi che aiutiamo ragazzi in difficoltà, portandovi a comprendere il senso del lavoro svolto fin qui.

Non è data, questa storia di aiuto, senza il senso di una crescita personale.

Nel 2003, dicevo, la casa famiglia apriva i battenti. Quello è stato l’anno dell’inizio e in quell’anno si è incontrato quello che poi sarà il nucleo originario della cooperativa. La posizione su un territorio di confine, cerniera tra due province ha da subito orientato l’impostazione e l’utenza della struttura. C’era Oriolo Romano e il territorio a sud di Viterbo. Iniziavamo a prendere i primi contatti con Vetralla, con Capranica, per noi rimasti fin da allora dei comuni di riferimento. Il comune di Oriolo si era dimostrato estremamente ospitale e a noi piaceva pensare che la nostra comunità fosse una piccola parte di una comunità più grande. Quella era allora solamente un’intuizione, una sensazione generale dovuta ad un’ottima accoglienza. Negli anni si sarebbe dimostrata una realtà che spesso ci ha permesso di lavorare al meglio, nonché un insegnamento da passare ai ragazzi.

Se qualcuno mi chiedesse oggi come mai un adolescente cresce e risolve le sue problematiche in casa famiglia io risponderei senz’altro che questo stare in un gruppo formato da adulti che creano comunità è di per se un dispositivo terapeutico straordinario. Ed è pensato proprio rispetto alle problematiche specifiche dei nostri adolescenti.

Senza entrare nella letteratura sull’argomento vorrei sottolineare come sia il legame alla base di tutto il nostro discorso.

Legame inteso in senso psichico, come la formazione di un pensiero, del legame di una rappresentazione con una pulsione, che crea lo psichico.

Questo aspetto ha un significato evolutivo fortissimo, e non solo per l’adolescenza, ma per l’umano in generale.

Se concepiamo l’essere umano come orientato dalla ricerca del piacere possiamo anche renderci conto di come fin dal principio questo piacere sia sempre spostato su oggetti meno legati alla concretezza e più astratti. Col tempo la soddisfazione del piacere diviene così anche differibile, cioè non siamo portati a dover subito soddisfare il bisogno, ma è la ricerca stessa che diviene importante.

Questo percorso di crescita, qui descritto per sommi capi e solo al fine di una relativa comprensione, è ciò su cui molti adolescenti hanno difficoltà e ciò che la comunità offre loro.

Nel tempo tantissime volte mi sono stupito di come fosse tutto così semplice ed estremamente complesso.

“Ma come avete fatto?” “ma… i ragazzi stanno con noi… e crescono!”

Nel tempo gli studi, l’approfondimento teorico, il riconoscersi sempre di più in un modello teorico ci hanno aiutato e ci hanno fatto crescere come professionisti dell’aiuto all’adolescente in difficoltà.

Ma chiariamo questo punto.

Cosa possiamo intendere per adolescente in difficoltà? Quali sono queste difficoltà di cui parliamo e di cui la casa famiglia si occupa? Credo sia importante dedicare uno spazio a questo tipo di approfondimento per capire meglio il nostro lavoro, la nostra impostazione e il coraggio che dimostrano i nostri ragazzi nel crescere.

Per semplificare il discorso, senza rischiare però di cascare in superficiali banalità, partiamo dal concetto di trauma. I nostri ragazzi, chi più chi meno, si sono trovati nella loro crescita a subire un trauma.

Se si leggono i giornali, la cronaca di una città come Roma o anche di molti territori di provincia, non si tarderà a trovare notizie sconcertanti che riguardano comportamenti di ragazzi assolutamente fuori dalle regole, violenti, assurdi, che provocano in noi la massima severità o una perplessità che finisce per incolpare la degenerazione dei costumi dell’attuale ordinamento sociale.

I ragazzi non dormiranno… diceva Winnicott, per farci capire che l’adolescente fa sul serio nei suoi comportamenti.

Noi ci chiediamo da dove è nata la necessità di dover ricorrere a quel tipo di comportamenti, a quel tipo di difese… delle difese necessarie per poter vivere, o meglio per non morire nella mente. E questo è un primo passaggio molto importante. Una patologia si inserisce sempre in qualche modo e con una qualche causa in un tipo di funzionamento mentale. Noi in casa famiglia partiamo proprio da qui.

E i ragazzi che abbiamo avuto l’onore di seguire in questi anni non hanno avuto una vita facile… soprattutto nelle fasi iniziali, lì dove si gettano le fondamenta della futura organizzazione di se stessi… fondamenta che verranno rimesse a dura prova in adolescenza.

E chiaramente i traumi più gravi sono quelli più precoci, che incidono secondo il livello di organizzazione. Questi ci danno un senso di paralisi, la necessità di regredire. E ‘ come se bloccassero una parte di noi, di solito quella affettiva, lasciando evolvere il resto. Quante volte sentiamo dire di ragazzi che hanno commesso reati molto gravi che apparentemente sembravano tranquilli, anche scolari diligenti e figli rispettosi?

Gli adolescenti che vivono questi problemi avranno una dinamica particolare con l’ambiente che li circonda, in quanto gravi difficoltà si manifestano solitamente in comportamenti ambientali. Vanno sul concreto, nell’immediatezza del gesto, dell’agito, piuttosto che esprimersi simbolicamente in un discorso o con la parola.

Questi dolori rimangono segreti e silenziosi, nascosti da qualche parte dentro di noi, senza confinare con ciò che potrebbe portarli alla luce e renderli comprensibili. Rimangono dolorosi e muti e producono un angoscia indicibile.

Parlando di questa angoscia, una volta in supervisione, il gruppo di lavoro in casa famiglia rifletteva su come sia differente dall’angoscia che proviamo di solito. Qualcosa che può essere detta, che trova in noi una struttura, un funzionamento tale che argina quell’affetto e lo lega a frasi condivisibili con gli altri. L’angoscia muta e oscura è viceversa un cane che ti morde il cuore.

Riuscimmo a definirla così e per quanto mi riguarda questo rimane un paradigma di comprensione fondamentale nell’avvicinarmi a questo tipo di sofferenza.

E cosa fa la casa famiglia? La casa famiglia è innanzitutto un gruppo di adulti, una specie di clan che facilità l’elaborazione. Per elaborazione intendo un modo per il quale qualcosa che rimane oscuro e vietato (possiamo anche dire inconscio) possa mandare delle propaggini verso quel passaggio che in noi stabilisce cosa può essere pensato e cosa no (preconscio). Più è possibile legare questo qualcosa di vietato al preconscio più sarà possibile accettarlo per la coscienza… in altre parole padroneggiarlo. Significa riuscire ad avvicinarsi e tornare indietro, piano piano, per riuscire infine a stabile un legame tale da rendere accessibile ciò che prima era un’isola solitaria.

In sintesi è nel funzionamento di ogni adolescente recuperare un pensiero a partire dalle azioni concrete e noi cerchiamo appunto di facilitare il processo evolutivo dell’adolescenza. Di farlo venire alla luce e di accoglierlo il più possibile. Anche perché l’alternativa è perdere l’appuntamento con l’adolescenza e nei casi più gravi, con la possibilità di essere un soggetto pensante e fondante. E i nostri ragazzi vivono proprio questo rischio.

Cercare gli affetti sottostanti l’agito concreto e riuscire col tempo, con i tempi a cui ciascuno è legato, a cercare un nome per quell’affetto… allora l’angoscia non è più un cane che ti morde il cuore, ma sarà una storia, che seppure difficile da accettare, potrà col tempo essere fatta propria… e infine dimenticata.

Dopo questa breve parentesi, più di orientamento che di approfondimento, non sarà difficile comprendere che l’ambiente di cui abbiamo parlato, nel momento in cui iniziamo a lavorare con un ragazzo, è la casa famiglia stessa, il gruppo di lavoro. E in definitiva la risorsa sta tutta qui. Nel lavoro che fa questo gruppo nel fare emergere gli aspetti evolutivi del percorso dell’adolescenza, nel cercare parole per ciò che non può essere detto, nel pensare i ragazzi anche quando e lì dove sono loro stessi a non pensarsi, nel viversi come una comunità e in quanto tale riuscire a stringere legami.

E aggiungerei l’aspetto più importante e difficile ad un tempo. Che nel fare questo noi non siamo gli scienziati che osservano da dietro un microscopio di sicurezza. Ognuno di noi è immerso nello stesso mare in cui cerca di nuotare il ragazzo… e molto spesso è in gioco la sua stessa adolescenza.

In questi anni, e so che potrei sostenere questo discorso per ciascuno di noi, è stato fondamentale rivisitare quel periodo della nostra vita, il modo in cui l’abbiamo vissuto, come siamo stati in grado di passare anche noi dalla concretezza e dalle posizioni assolute proprie dei sedici anni, a qualcosa di mediato, ad accogliere la realtà e la sua irriducibile oggettività ed alterità.

E forse è stata propria questa l’esperienza più importante, che ha avuto tanto valore per noi, tanto da renderci poi possibile poter comprendere l’adolescenza di chi è attualmente adolescente e poterlo aiutare.

I nostri sogni e il modo viscerale di affrontarli, non accettando mai vie di mezzo, altrimenti vissute come tradimenti. E questo non si discosta molto da qualcosa che ispira i ragazzi, da conservare certamente, ma anche da negoziare al fine di poter vivere un’età adulta accettando alcune rinunce come in un negoziato appunto e non in modo tragico e svilente.

Perché c’è sempre un lutto, qualcosa che si perde, in quel passaggio all’età adulta, ma anche qualcosa che si guadagna in un buon rapporto con la realtà… e soprattutto fondamentale è pur sempre aver vissuto una buona adolescenza.

Nella quale le passioni che animano l’essere umano non siano né ridotte al silenzio, né vissute come distruttive per la loro portata devastante.

In questi anni abbiamo svolto questo tipo di lavoro con i ragazzi… e lo stesso lavoro abbiamo dedicato a noi stessi.

Ripensare da questo punto di osservazione attuale, ai primi periodi in casa famiglia mi lascia la stessa sensazione di un percorso con un ragazzo di cui ci siamo occupati per anni e che alla fine è giunto a maturità.

C’è l’adolescenza che ormai è qualcosa di altro, di vissuto, qualcosa che ci lasciamo alle spalle. C’è la voglia di rifarlo ancora da capo quel gioco, perché in esso è tutto più vivace e lascia nella memoria la sensazione di profondità che solo esperienze cariche di vita possono lasciare.

C’è il senso di colpa per aver tradito qualcosa che comunque in quel dolore veniva chiesto, ma che ci avrebbe purtroppo impedito di venirne fuori e un piacere nuovo nel vedere una vita finalmente in armonia con gli altri e con il mondo.

Come ultimo passaggio permettetemi di ritornare in quella sezione a Oriolo Romano nella quale nel Maggio 2003 abbiamo inaugurato la nostra prima casa famiglia.

Avevamo accanto le istituzioni, di fronte amici e parenti e la cittadinanza di Oriolo.

L’idea era quella di lavorare insieme. Ho compreso in questi anni che questo proposito andava ben oltre quanto mi aspettassi allora. Non era solo la condivisione di un progetto ciò che mettevamo in gioco. Non solo un’amministrazione comunale che si offre come interlocutore per un progetto che coinvolge il sociale e il territorio. Basti pensare che la maggior parte dei ragazzi passati da noi sono stati inviati dal vicino Comune di Roma… ragazzi di un altro territorio in definitiva.

Ciò che è importante è quel che questi ragazzi hanno trovato.

Una rete di persone disposte ad accoglierli e ad accettare la loro adolescenza spesso manifestata in modo provocatorio e difficile, una comunità oltre la casa famiglia che ha saputo comunicare e far vivere l’adolescenza rimanendo una comunità di adulti.

Penso, come ho già detto, al Comune di Oriolo… alla caserma dei Carabinieri che negli anni si è dimostrata una sponda valida e con qualità umane e professionali notevoli, alle scuole medie di Oriolo e Manziana, che hanno condotto un lavoro insieme ai nostri operatori non sempre facile, alla ASL VT4, ai vicini Comuni di Capranica, Vetralla e Ronciglione, che hanno ampliato il nostro raggio di azione e fornito strumenti fondamentali nel lavoro di aiuto ai ragazzi.

Ma soprattutto alle persone che rappresentano questo territorio e le sue istituzioni che hanno sempre fatto trovare ai nostri ragazzi una realtà con cui confrontarsi e con la quale dialogare senza essere evitati e messi al bando.

La nostra comunità non avrebbe avuto molti dei risultati ottenuti senza questa comunità più grande e accogliente.

E trovo che anche questo sia fondamentale rispetto al dispositivo terapeutico della casa famiglia necessario per quanto riguarda il funzionamento mentale degli adolescenti.

Un mio personale ringraziamento va ad alcuni amici con cui ho avuto l’onore di collaborare e con i quali abbiamo lavorato e condiviso tutto questo.

Penso ad Elisabetta e Francesca,  Responsabili della casa famiglia Epoché, e della casa famiglia Rosa Luxemburg, che hanno il merito di condurre giorno dopo giorno il lavoro in struttura, che hanno affrontato e affrontano con umanità e sapienza la sofferenza dell’anima in quello che potremmo considerare un pronto soccorso.

A Stefano che, occupandosi della cooperativa, traduce la passione per questo lavoro in qualcosa di realmente possibile.

E a Diana, Responsabile del compagno adulto, che negli anni ha portato sul territorio l’esperienza del lavoro con ragazzi difficili.

Vostro è il merito dei risultati raggiunti fin qui.

Il Presidente

Tommaso Romani

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